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Sale 34-37: La pittura tra Cinquecento e Seicento
sala34-37
Sala 37-03 Sala 36-06


L’attuale sala 36 della Galleria Nazionale dell’Umbria è ricavata nell’antico refettorio del palazzo dei priori. Qui nel 1493 Giannicola di Paolo fu incaricato di affrescare l’Ultima Cena, secondo un dettagliato piano iconografico ideato da Andrea di Angelo, cappellano dei priori. Nell’impianto tradizionale della scena, resa con “tucti li paramenti richiesti a una cena”, dovevano trovar posto anche i ritratti dei priori in carica, del capo ufficio e del loro notaio, verosimilmente raffigurati in ginocchio, all’estremità dell’affresco. Per quanto frammentario e lacunoso il dipinto, in gran parte riscoperto e restaurato nel 2004, consente di far luce sulla prima attività di Giannicola, che mostra qui una precoce conoscenza dell’ambiente fiorentino, in particolare del Cenacolo di Sant’Onofrio, detto “di Fuligno”, di recente ricondotto alla piena autografia del Perugino e collocato attorno alla metà degli anni Ottanta del Quattrocento.

Dopo la morte di Giannicola di Paolo, Giambattista Caporali e Domenico Alfani l’ambiente artistico perugino si avviò verso una sostanziale immobilità, arroccato su posizioni conservatrici o su eclettiche rielaborazioni di prototipi illustri. Nella seconda metà del Cinquecento l’acuirsi di questa crisi, coincidente peraltro con un quadro politico ed economico di preoccupante gravità, indusse la committenza ufficiale a rivolgersi a pittori forestieri. Di forte suggestione risulta in questo momento la lezione di Federico Barocci, testimoniata sia nella grafica, qui rappresentata da un piccolo gruppo di pregevoli disegni, sia in pittura dalle scelte compositive e cromatiche come nella piccola e delicatissima Madonna col bambino e San Giovannino (1606-1608) del senese Ventura Salimbeni, fino alle raffinate miniature di Cesare Franchi detto il Pollino.

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Anche nel corso del Seicento, mancando una vera e propria scuola locale ed una personalità di riferimento, la
committenza umbra preferì ricorrere ad artisti forestieri, per lo più di scuola romana.
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L'Ordine dei Filippini si orientò, ad esempio, verso il classicismo di Andrea Sacchi e di Pietro Berrettini, meglio noto come Pietro da Cortona, certamente il maggior esponente del Barocco romano di metà secolo, già ampiamente impiegato dagli oratoriani nello loro imprese capitoline.

Nel 1643 Pietro da Cortona dipinse la Natività della Vergine , commissionata da Sofonisba Petrini, che aveva ottenuto il patronato su una cappella in San Filippo Neri.


In linea con la migliore tradizione classicista si pongono Giovambattista Salvi detto il Sassoferrato, qui presente con una Madonna orante (1665 c.a.).

Diverse sono, comunque, le correnti artistiche che attraversano l’Umbria nel corso del XVII secolo. Il diffondersi del caravaggismo è testimoniato da Valentin de Boulogne e Orazio Gentileschi.

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Nel Cristo e la Samaritana e nel Noli me tangere di Valentin de Boulogne l’essenzialità del dato narrativo e l’intensità drammatica del frammento figurativo sono bloccati sulla tela nell’attimo di maggior tensione psicologica, sottolineato da lampi di luce che squarciano i timbri scuri e metallici della composizione.

La  Santa Cecilia che suona la spinetta di Orazio Gentileschi, già nella chiesa di San Francesco di Borgo in Todi, coniuga, in uno stile originale di grande raffinatezza formale,  il naturalismo di Caravaggio e il rigoroso impianto disegnativo dei maestri fiorentini.


Il rinnovato interesse per la  natura e il paesaggio, affermatosi progressivamente come genere autonomo, è testimoniato dal Riposo dalla Fuga in Egitto (1615) di Agostino Tassi, datato 1615


In Umbria, tuttavia, il linguaggio dominante è essenzialmente di ascendenza classica, sobrio e misurato, ben documentato dalla Sacra Famiglia (1660-1665) di Gian Domenico Cerrini, detto il Cavaliere Perugino.

 

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